Le filter bubbles: il delicato bilanciamento tra personalizzazione e pluralismo
- Alberto Ghirardi
- 18 giu 2024
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 19 giu 2024
L'avvento di Internet e dei social media ha comportato un cambiamento circa la nostra interazione con l'informazione. Un concetto centrale emerso in questo nuovo contesto è quello delle «filter bubbles», termine coniato da Eli Pariser nel suo libro del 2011, «The Filter Bubble: What the Internet is Hiding from You». Lo studioso definisce tale fenomeno come «quell’ecosistema personalizzato dell’informazione creato dagli algoritmi». Le filter bubbles rappresentano quindi una fenomelogia per cui gli algoritmi dei social media e dei motori di ricerca personalizzano i contenuti per gli utenti basandosi sui loro comportamenti passati, interessi e preferenze, creando così una sorta di bolla informativa.
Le implicazioni giuridiche delle filter bubbles sono numerose e complesse coinvolgono infatti vari ambiti del diritto, dalla tutela della privacy e della libertà di espressione, fino alla regolamentazione che le stesse piattaforme digitali devono rispettare.
In primo luogo, è evidente come le filter bubbles siano strettamente legate all'uso dei dati personali, infatti gli algoritmi che generano questo fenomeno si avvalgono di una quantità significativa di informazioni raccolti sulla base delle ricerche e delle interazioni degli utenti, al fine di personalizzare i contenuti proposti. Questo comporta delle peculiarità soprattutto con riguardo alla disciplina del GDPR.
Il Regolamento, nel disciplinare il fenomeno del profiling, (di cui le filter bubbles sono un esempio), richiede che gli utenti siano informati circa i processi che coinvolgono la raccolta e l'analisi dei loro dati personali, a cui devono dare esplicito consenso; si deve quindi garantire il diritto di rifiurarsi di essere soggetti a decisioni basate unicamente su trattamenti automatizzati dei dati.
Da un punto di vista giuridico, si pone il problema della responsabilità delle principali piattaforme come Facebook, X e Google che devono riuscire a garantire un'informazione equilibrata e, al contempo, prevenire la diffusione di fake news. Attualmente, molte legislazioni si stanno muovendo per disciplinare le modalità con cui queste piattaforme propongono contenuti agli utenti, con l'obiettivo di aumentarne la trasparenza degli algoritmi e promuoverne una maggiore responsabilità.
Ad esempio, l'Unione Europea, attraverso il Digital Services Act (DSA) e il Digital Markets Act (DMA), mira a creare un ambiente digitale più sicuro e trasparente, imponendo obblighi più stringenti alle grandi piattaforme online.
Il DSA ad esempio prevede che le piattaforme debbano attuare politiche per tutelare la libertà di espressione e, allo stesso tempo, adottare misure efficaci per moderare eventuali contenuti illegali e nocivi. A ciò si associa un dovere di cooperazione con le autorità di regolamentazione nazionali alle quali deve essere fornito l'accesso ai dati necessari per eventuali indagini e verifiche nel caso in cui si registrino fenomeni di questo tipo.
Inoltre, si rimarca come sia fondamentale promuovere l'alfabetizzazione digitale tra gli utenti, affinché questi siano consapevoli del funzionamento degli algoritmi e della possibilità che si instaurino le dinamiche tipiche delle filter bubbles. Infatti, si ritiene che solo attraverso una combinazione di regolamentazione efficace e consapevolezza pubblica si possa mitigare l'impatto negativo che tale fenomeno comporta sulla società.
Un'altra questione cruciale è l'impatto delle filter bubbles sulla libertà di espressione e il pluralismo informativo. La personalizzazione dei contenuti online può limitare la diversità delle informazioni a cui gli utenti sono esposti, creando una bolla informativa che rafforza le loro convinzioni preesistenti e riduce la probabilità di essere esposti a punti di vista contrastanti. Questo fenomeno può quindi rafforzare le divisioni politiche e ideologiche all'interno della società, in quanto gli individui sono meno inclini ad essere esposti a prospettive diverse dalla propria e ad adottare punti di vista alternativi.
Tale assenza di una varietà di visioni può portare a una percezione distorta della realtà e degli eventi. Gli utenti potrebbero infatti non essere adeguatamente informati su questioni complesse e delicate che richiedono una comprensione approfondita ed una valutazione obiettiva da parte di tutte le parti interessate cosa che non sarebbe possibile vista la mancanza di una informazione plurale.
Questo può quindi comportare un pericolo di manipolazione delle masse attraverso la diffusione mirata di disinformazione o propaganda a fini elettorali. Di conseguenza risulta che se le piattaforme che quotidianamente utilizziamo come fonte di informazione non regolamentano adeguatamente l'uso degli algoritmi e la trasparenza nel processo decisionale, possono esse stesse diventare strumenti potenti per influenzare i normali processi democratici.
Affrontare le filter bubbles richiede quindi un equilibrio delicato tra la personalizzazione dei contenuti desiderata dagli utenti e la promozione di una diversità informativa che favorisca un confronto aperto e informazioni bilanciate su questioni cruciali per la comunità.
Vista la complessità di tale fenomeno è essenziale che il legislatore e la società civile lavorino insieme per affrontare queste problematiche, al fine di garantire un giusto equilibrio tra innovazione tecnologica e tutela dei diritti fondamentali, primo tra tutti quello di una informazione libera e plurale, solo così infatti si potrà costruire un ambiente informativo più equo e inclusivo.
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